Saliou Lassissi – “A Roma mi sento come un barbone”

La palla stava rotolando tranquillamente verso la linea dell’out. Era un tocco semplice, da appoggiare indietro al portiere. Un tocco che, per uno che vestiva la maglia scudettata della Roma, era facile come buttare giù un bicchier d’acqua. È stato allora che il destino gli ha voltato rovinosamente le spalle. Sì perché mentre Saliou Lassissi provava a coprire la sfera, alle sue spalle l’attaccante del Boca Antonio Daniel Barijho andava in pressione nel tentativo di rubargli il pallone. Un contrasto troppo forte, una torsione della gamba di quelle che mettono i brividi, un dolore così forte da oscurare la vista. È stato allora, in quella serata del 7 agosto del 2001, che il futuro da nuovo Thuram di Saliou Lassissi ha imboccato un sentiero molto diverso.

La sua avventura italiana è iniziata nel 1998,  quando il Parma decide di mettere mano al libretto degli assegni per assicurarsi l’estro e la forza fisica del centrale del Rennes. A Saliou, però, basta una sola partita per dimostrare che di estro, forse, ne ha fin troppo. L’occasione è un’amichevole precampionato del 30 luglio 1998 fra Inter e Parma, un match utile solo per il calcio d’agosto che il difensore affronta con tutta la carica che ha in corpo. “Mancando rotondità nel gioco, lucidità nella testa, agilità nei muscoli e ampiezza nel fiato, qualcuno s’è aggrappato alla vivacità dei nervi, già ben tesi – scriverà il giorno dopo La Repubblica – Tipo Lassissi, giovane stopper francese che avrebbe legittime aspirazioni alla Thuram (è elegante, rapido, forte) se soltanto fosse meno rissaiolo, soprattutto con Zamorano”. Ma non è certo finita qui. Un anno e mezzo dopo, infatti, il giovane difensore riesce a farsi notare a livello internazionale. Peccato, però, che il calcio c’entri davvero poco.  “Lassisi ha scatenato addirittura un caso internazionale – scrive Repubblica il 16 gennaio 2000 – dopo aver colpito un compagno in allenamento, è stato escluso dalla nazionale della Costa d’Avorio per la Coppa d’Africa ed è stato internato in un campo militare. Solo dopo averlo interrogato sulla dinamica dei fatti, i soldati lo hanno liberato e i dirigenti del Parma l’hanno potuto contattare a casa sua”.

Una testa matta in un fisico d’acciaio. Tanto basta per convincere il presidente della RomaFranco Sensi a spendere i 20 miliardi che il Parma chiede per il suo cartellino. Dopo tutto, se c’è un allenatore in grado di mettere a freno l’esuberanza dell’ivoriano, quello è proprio Fabio Capello. E poco importa che il difensore si presenti in ritardo già al primo giorno di ritiro. La “bravata” si conclude con una strigliata da parte del mister e con un orologio nuovo di zecca regalato dai suoi nuovi compagni in modo da evitare scuse in futuro. Insomma, un sogno ad occhi aperti che si trasforma in incubo in quello che doveva essere il giorno più bello: quello della presentazione della Roma fresca campione d’Italia.

Un paio di mesi dopo l’infortunio, il Corriere della Sera decide di far visita al giocatore nella sua casa del Torrino. Lo spettacolo che si apre davanti agli occhi dell’inviato della storica testata, tuttavia, è molto diverso da quello che ci si poteva aspettare. Le stampelle appoggiate al muro, un cerottone a coprire il ginocchio sinistro, la televisione sempre sintonizzata su un canale francese. A vederlo così, Saliou sembra lontano anni luce dal leone che lottava sui campi della Serie A. “Continuo a sentire dolore, soffro molto, non vivo più – racconta Lassissi all’intervistatore -dormo sul divano, mi sveglio come un barbone, dormo mezz’ ora a notte. Non mi riconosco più, mi vedo male, anche la mia fidanzata mi chiede come è possibile che stia così. Non so che dire, sembra che nessuno, alla Roma, abbia mai avuto a che fare con un problema al nervo della gamba simile a quello che ho io”.

Poi è il suo procuratore, Antonio Caliendo, a entrare a gamba tesa su quelle che ritiene essere le colpe della società. “C’è stata una negligenza da parte del dottor Brozzi, il responsabile sanitario. Lassissi viene seguito da vari consulenti, ma ognuno dice una cosa diversa. Brozzi non ha mai telefonato a Lassissi per chiedergli come sta”. La Roma lo accusa di essere “fuggito” da villa Stuart dopo aver firmato, senza dire niente a nessuno, le carte per uscire dalla clinica. “Mi davano le pillole sbagliate. Così ho deciso di curarmi a casa – ha spiegato l’ivoriano – Non sono una testa matta. non ho mai avuto problemi con nessuno, nemmeno a Kapfenberg quando Capello mi rimproverava. Non so se alla Roma hanno pensato: Lassissi è questo, lasciamolo perdere. Ma se è andata così hanno sbagliato. Ho bisogno di essere aiutato e farei qualsiasi cosa per guarire”. Pur di guarire Saliou si dice pronto a tutto, anche a sottoporsi al quelle punture che lo spaventano così tanto. “Mi fanno molta paura ma le ho fatte, anche una dolorosissima alla gamba – ha spiegato – temo di non guarire più, nessuno fa niente per me, stanno giocando, ogni giorno si cambia. Mi dicano solo quello che devo fare e lo farò”. E ci sono problemi anche con la nuova terapia, iniziata qualche giorno prima con Gianluca Camiglieri, consulente medico della Roma. “Mi ha detto che non può venire perché la Roma non lo paga e lui deve andare a Firenze. Gli ho risposto che può venire anche alle 6 di mattina, tanto non dormo, e che lo pago io, se questo è il problema”.

La curiosità morbosa del Corriere sulle condizioni di Lassissi continua. Tanto che il giorno della Befana del 2003, il quotidiano intervista nuovamente il difensore. E le sue saranno parole piene di carbone nei confronti della sua società. Saliou, che ha ricevuto lo stipendio fino al giugno del 2002 (ma che dal mese successivo non ha visto un euro), risulta infatti inscritto nelle liste per il campionato e la Champions, ha firmato i premi vittoria, ma non viene mai preso in considerazione. “Non  capisco più cosa succede intorno a me – ha confessato – Ora sto benissimo. Sto recuperando tecnica e velocità. Sui giornali si continua a leggere Lassissi indisponibile e questo mi fa molto male. Io sto bene, se non gioco è per scelta tecnica: come perCufré, Fuser o altri”. La colpa di però, non sarebbe dell’allenatore, Fabio Capello. “No, anzi. Lui voleva farmi giocare in Primavera contro l’Ascoli, ma la società ha bloccato tutto. Hanno detto che serviva un altro certificato medico, ma anche per il dottore era tutto a posto”. E allora, perché continua a essere ignorato? “Perché così approfittano per non pagarmi. Visto che non gioco, il presidente Sensi con me prende tempo. Potrebbe essere mio nonno, non voglio insultarlo ma nemmeno essere preso in giro. Una volta volevano darmi solo un mese su tre che mi dovevano. Gli ho risposto: o tutto o niente. Come pagano Batistuta devono pagare anche Lassissi”. Poi, dopo aver garantito con una certa umiltà di non essere “geloso” della corte che la Roma stava facendo a Legrottaglie (“Non me ne frega nulla. Sono più forte di chiunque possa arrivare”), ecco che il difensore svela il suo sogno. Un sogno che non è fatto né di Coppe Campioni da alzare, né di premi individuali da conquistare. “No, a me basterebbe l’amichevole di giovedì a Frosinone”.

Quando il contratto con la Roma arriva a scadenza, Lassissi prepara i bagagli e se ne va. Di lui, però, si ricorda ancora il Corriere della Sera che decide di andarlo a trovare fino a Parigi. Ma nonostante abbia cambiato Paese, la situazione di Saliou non è certo migliorata. “Qualche tempo fa, su un campetto di periferia alle porte di Parigi, qualcuno lo ha riconosciuto – scrive il Corriere . ‘Ehi, ma tu sei Lassissi!’, gli ha detto un ragazzo, uno di quelli che calpestano le categorie dilettantistiche. Lui ha negato: ‘No, non sono io. Anzi, non so nemmeno chi sia questo Lassissi’. Perché l’ho fatto? Perché voglio stare tranquillo. E se capivano chi ero, non mi avrebbero più lasciato in pace. Invece io devo pensare solo ad allenarmi”. Dopo i tre anni a Trigoria (“Scherzavo con Cassano, mi chiamava negro, mi faceva ridere”), ora il calcio comincia a mancargli sul serio. “È una cosa che mi fa diventare matto – dice- A volte prendo un pallone e mi metto a palleggiare, da solo. Tornerei in Italia anche gratis, ma andrei anche in Grecia, Turchia, Portogallo. Basta che ci sia qualcuno che crede ancora in me”. I suoi compagni della Costa d’Avorio lo aspettano ancora: “Ho parlato con Drogba, Touré, Kalou. Mi hanno detto: sei ancora il numero uno della difesa”.

Più o meno lo stesso concetto ribadito nel 2007 alla Gazzetta dello Sport, che lo ha seguito durante le sue corse a perdifiato lungo le vie della capitale francese. “Lassissi non è morto – assicura il difensore parlando di sé in terza persona  – a 28 anni il calcio mi manca troppo”. Poi è tempo di tornare con la mente a quel maledetto infortunio. “Un dolore da impazzire, dicevano che era colpa mia, che non facevo le terapie. Ma chi è quel pazzo che si rifiuta di guarire? Ci ho messo un anno e mezzo a recuperare, qualcosa è andato storto durante l’intervento. Non mi hanno fatto giocare, mai. Baldini e Capello tentarono una volta, volevano provarmi nella Primavera. Sembrava fatta, poi arrivò Sensi e disse: “Questo non gioca”. Potevo andare al Bolton, ma anche in quel caso Sensi si oppose. La Roma mi ha rovinato e io, ancora oggi, mi chiedo il perché». La sua ultima vera partita si è datata ottobre 2003, un’amichevole della Costa d’Avorio contro il Nantes. Poi più nulla, se si eccettuano delle gare a fine 2005 con la Primavera del Nancy. “Mi fecero due anni di contratto, io accettai per andare al Mondiale. Ma non se ne fece più nulla: anche lì, completamente ignorato”. Ma nonostante l’inattività Saliou non ha certo perso l’autostima. “Sarei stato un buon difensore, magari avrei vinto il pallone d’oro africano. Andrei a giocare ovunque, i soldi non mi interessano, voglio solo giocare. Datemi una possibilità”.

E la tanto agognata chance per il difensore ivoriano arriva nell’agosto del 2007, quando il Bellinzona di Vladimier Petkovic, quarto nella serie B svizzera dopo tre giornate, decide di puntare su di lui. Lassissi firmerà un contratto di un anno a tremila euro al mese. Per lui, però, non è ancora il lieto fine. “Quello – dice – arriverà quando dimostrerò che posso tornare forte come prima, che magari trovo una squadra in Italia”.

Purtroppo il suo sogno è destinato a restare chiuso a doppia mandata in un cassetto. “Per qualche mese è transitato a Bellinzona pure il difensore Saliou Lassissi – scrive la Rosea il 19 marzo del 2008 – ‘non si è integrato’. Arrivò con un suv bianco e si presentò parlando in terza persona. Entrò in spogliatoio e disse al tecnico Petkovic: ‘Qui bisogna ascoltare Lassissi, Lassissi comanda la difesa’. La comandò in una partita e la squadra subì due gol per colpa sua”.

 

Comunardo Niccolai – Quando l’autogol diventa un’opera d’arte

NiccolaiIl primo calcio al pallone è un gol. Tutti i bambini del mondo hanno immaginato di segnare alla loro prima pedata. È proprio questo che ti frega e ti convince che sia lo sport più bello del mondo: sua Maestà il Gol. L’essenza del football sta tutta lì, in quell’attimo che divide inferno e paradiso. Soltanto dopo arriva il 4-4-2, la diagonale, il pressing e la preparazione atletica. Eppure tutti i bambini del mondo, anche crescendo, continuano a sognare quella sensazione da paradiso terrestre che solo una rete può darti. In molti altri però, col tempo, hanno dovuto obbedire agli ordini dell’allenatore e si sono accontentati di un ruolo diverso: provare almeno ad evitare l’inferno, indossando una maglia che va dall’1 al 6. Poi c’è qualcuno per cui le porte di inferno e paradiso si somigliano a tal punto da non poter esser distinte. Un nome su tutti: Comunardo Niccolai, un artista dell’autorete, un calciatore che è riuscito a rivoluzionarne il concetto stesso. Perché se è vero che esiste il gol alla Del Piero e il cucchiaio alla Totti, è altrettanto vero che l’autogol è alla Niccolai.

Stopper classe ’46 e Campione d’Italia con il Cagliari nel 1970, Niccolai (che partecipò anche alla spedizione italiana ai mondiali messicani dello stesso anno) veniva chiamato dai suoi compagni di squadra “Agonia”, per la sua magrezza ai limiti del patologico. Apparteneva a un calcio profondamente diverso da quello di oggi, in cui non esistevano mental coach pronti a psicanalizzare comportamenti e prestazioni individuali. Un bene per lui, altrimenti qualcuno pronto a curare il suo subconscio e il derivante conflitto con la figura paterna l’avrebbe trovato di sicuro. Già, perché suo padre era un portiere del Livorno e destino volle che, oltre ai tifosi, fossero proprio i portieri “di famiglia” a subire sulla propria pelle le conseguenze di quel suo istinto autolesionista.

La sua “impresa” più memorabile, considerata anche l’importanza della partita, risale al 15 marzo 1970. Quel giorno il Cagliari arriva al Comunale di Torino per difendere primato e vantaggio in classifica sulla Juventus. Il risultato non si schioda dallo 0-0 e allora ci pensa lui. Si lancia, uscendo dallo specchio della porta, su un innocuo traversone che arriva dalla destra, inarca la schiena proteso incontro alla sfera e, con un tocco soffice e beffardo, “spizza” la palla disegnando una traiettoria che sfila a pochi centimetri dal palo, prima che Albertosi possa realizzare l’accaduto e mandare al diavolo il suo numero 5. Non un inedito però: “Niccolai era la mia bestia nera – ricorda il portierone – , mi faceva gol tutti gli anni. Almeno un’autorete a stagione”. Poi ci penserà Riva a mettere al sicuro partita e scudetto (finirà 2-2 tra mille colpi di scena), ma “Rombo di tuono” ancora ricorda le prodezze di quel suo folle compagno di squadra: “Niccolai ne ha fatte poche di autoreti, però tutte belle. Lui non si sprecava alla deviazione, una volta ha driblato pure il nostro portiere per fare gol”.

È vero, il record degli “autobomber” è di Riccardo Ferri con 8 marcature, le 6 di Comunardo però hanno tutto un altro stile. E lui stesso le ricorda con orgoglio, senza l’ombra minima del pentimento: “Credo di averne segnati 5 o 6. Forse quello di Bologna fu più bello degli altri: evitai anche il portiere, Albertosi, e feci un gol da attaccante puro. Ne segnai uno anche nella ‘partita Scudetto’ contro la Juventus, uno a Catanzaro nella 300ª gara arbitrata da Concetto Lo Bello, uno a Perugia, uno contro la Roma e uno a Firenze, ma quella volta non avevo davvero nessuna colpa perché il portiere, al posto di parare, abbassò il braccio e la palla mi rimbalzò addosso. D’altra parte, i miei interventi erano spesso un po’ spericolati e capitava che arrivassi sulla palla scoordinato”. Già, capitava.

Inoltre leggenda vuole che quando Scopigno, suo allenatore al Cagliari, lo vide inquadrato alla tv durante gli inni nazionali esclamò: “Tutto mi sarei aspettato meno che vedere Niccolai in mondovisione”. Giampaolo Murgia, giornalista che vide quella partita con il mister, ha sempre fornito una versione diversa dell’accaduto, se possibile anche più crudele: “In realtà, Scopigno non pronunciò la famosa frase. Ero con lui nella sede sociale di via Tola. Prima del fischio d’inizio si videro gli azzurri schierati uno dopo l’altro. Quando fu la volta di Nascondereiccolai, Scopigno, che era seduto, si alzò e per un attimo spense il televisore borbottando: ‘Ma si può?!’. Una battuta per nascondere commozione e… orgoglio. Niccolai era il cucciolo della compagnia, il suo pupillo”.

Se gli chiedete qualche ricordo particolare dei suoi anni di carriera vi risponde così: “Un giorno uno mi chiese: ‘Come va?’. E io: ‘Si tira avanti’; intervenne il dottor Fronzi, medico della squadra: ‘Mi sembra che tiri indietro, te!’. Sono passati più di trent’anni, ora ci rido su, ma allora quegli autogol erano un dramma, sembrava ne segnassi 10 a stagione… Però feci anche 4 reti dalla parte “giusta”, di cui una contro la Fiorentina: nella porta viola c’era Albertosi… Certo, mi piacerebbe essere ricordato per il Mondiale ’70, per lo scudetto a Cagliari o per la carriera da allenatore, ricca di soddisfazioni (ha allenato la nazionale femminile di calcio nel biennio ‘93/’94, ndr). Ma l’importante, in fondo, è essere ricordati: grazie agli autogol, la mia fama va al di là di quella di altri colleghi molto più bravi di me”. E sapete perché? “I miei gol fanno invidia agli attaccanti, tanto sono belli”.